Lucio Presta è uno dei manager più influenti dello spettacolo italiano. Quello che più volte è stato definito dai Media come uno tra quelli che può influenzare in modo significativo, lo share dei vari canali televisivi, grazie alla qualità dei personaggi dei quali cura gli interessi professionali. Dalla sua Cosenza alle vette della televisione nazionale, una storia fatta di determinazione, intuito e lealtà verso i propri artisti. Tra i tanti che ha rappresentato e rappresenta: Roberto Benigni, Paolo Bonolis, Amadeus, Checco Zalone, Antonella Clerici, Giulio Golia, Adriano Panatta, Clementino, Mara Venier, Tiberio Timperi, la stessa moglie Paola Perego etc.
Antonio Franco
Lucio Presta, volendo ricostruire la tua storia, da dove dobbiamo cominciare?
Dobbiamo cominciare dal 14 febbraio 1960, quando nasco nella mia adorata Cosenza e, da nascituro, devo affrontare la prima dura prova che la vita mi mette davanti agli occhi, ovvero la perdita di mia madre, che muore mentre mi partorisce. Quindi per me comincia una salita straordinaria. Ma io credo che sia stata quella salita, quell’incidente, quell’intoppo, quella situazione, a fare sì che nascesse un carattere forte, determinato, volitivo, che mi ha portato, nel mio piccolo, dove sono arrivato.
Ti devo confessare che ho cominciato stamattina alle 6:20 a prepararmi per questa tua intervista. Al di là della comune cittadinanza, in realtà io purtroppo non avevo letto i tuoi due libri. Ti ho intravisto a Sanremo quando ho seguito qualche festival…
Ne ho fatti solo dieci.
…io ne ho fatto qualcuno in meno, ma sempre ovviamente da cronista. Ed ero rimasto molto colpito dal fatto di vederti sul palco a dirigere praticamente tutti, in alcune fasi che, normalmente, non sono tipiche di un agente.
Ma no, io non faccio soltanto l’agente. Io mi occupo della produzione, mi occupo della parte autoriale, editoriale e degli ospiti. Insomma, i miei assistiti hanno avuto la fortuna di avere vicino un partner che si è occupato della costruzione della struttura, non soltanto di mettere delle sedie per ospitare delle persone.
Anche perché tra i tuoi artisti rappresentati — dopo la tua esperienza da ballerino — partiamo da Benigni, Massimo Ranieri, Gianni Morandi…
Assolutamente. E ancora: Zalone, Clerici, Amadeus, Bonolis, Parisi, Stefano De Martino… tantissimi. Massimo Ranieri, Bonolis, Clerici, appunto, Mara Venier, Simona Ventura, Ezio Greggio, Lorella Cuccarini, Belén, Stefano De Martino, Marco Liorni, Teo Mammucari, Paola Perego …e chi ne ha più ne metta.
Ma come si fa ad avere la fiducia — e non per un anno, ma per anni e anni, se non praticamente per tutta la vita — da persone come queste?
Roberto lo conosco da 40 anni. Con altri da 35.
Com’è possibile? Come si fa?
Basta esserci. Basta essere persone perbene, oneste. E, come dire, sapere come quella persona ti vede e ti vuole accogliere nella sua vita. Perché se ti presenti e ti proponi in una maniera diversa, poi qualche volta ci possono essere degli intoppi. Così, viceversa. Io me li sono scelti gli artisti: non è che ho preso chi ha bussato alla mia porta. Tanti hanno bussato e non gli è stato aperto.
E come li scegli?
Mi devono piacere. Mi devono piacere tecnicamente, mi devono piacere eticamente, mi devono piacere editorialmente, mi devono piacere come persone, mi deve piacere la loro famiglia. Ho bisogno di essere, come dire, in sintonia con la loro vita.
Tu in realtà sei un po’ psicologo, un po’ manager, un po’ confidente, un po’ tecnico?
Beh, ma chi ama questo mestiere… Siamo tutti dei pazzi, quindi ci dobbiamo sostenere a vicenda. Insomma, abbiamo bisogno di terapie di gruppo abbondanti. È come una guerra, il combattimento con gli editori, con i capi–struttura.
È sempre dura?
A volte è dura, a volte si tratta semplicemente di smussare degli angoli. Io non sono un carattere facile. Come tutti quelli che hanno un carattere deciso, mi viene detto che ho un brutto carattere. Però, in realtà, sono una persona che per i suoi artisti si farebbe ammazzare. Quindi, prima di mollare, se la devono sudare molto. Però faccio molte cose. Quindi vuol dire che, alla fine, alcune cose le ottengo.
La tua prima grande occasione te l’ha data Maffucci?
Mario Maffucci mi ha dato la mia prima grande occasione, su un’idea di Franco Miseria. E poi la mia prima artista è stata Heather Parisi, che in quel momento era la donna più importante della televisione italiana. Quindi ho iniziato a giocare in Serie A; ho debuttato in Serie A. Non ho fatto la primavera; non sono stato dato in prestito in Serie C, poi in B, e poi arrivato in A. No. Io ho cominciato subito con la A. E poi con alcuni, sono arrivato alle convocazioni in nazionale, naturalmente.
Quali sono allora gli ingredienti, visto che tu non ti limiti a fare l’agente, di un programma di successo?
Un programma di successo deve essere un programma che accoglie molta gente davanti alla televisione. Devi avere la possibilità di far vivere un sogno alle persone che guardano il programma. E questo è importantissimo. Quindi ci deve essere etica, ci deve essere contenuto, ci deve essere sostanza. Oggi, in televisione, ci sono molte cose buone, ma ci sono anche tante cose pessime.
La mia domanda successiva era infatti: come sta cambiando secondo te la televisione?
Male. Sta cambiando malissimo. Perché, o i due principali broadcaster si mettono d’accordo e la finiamo di cominciare le prime serate alle 22:00; oppure questa cosa finirà per essere il killer della televisione generalista. Perché non si fanno più le seconde serate, non si trovano più idee nuove, non si trovano più conduttori nuovi; non si riesce, in qualche modo, a testare delle nuove idee, delle nuove ipotesi. E quindi, così, andremo verso la fine. Io sono molto arrabbiato per questa cosa. Però vedremo di riuscire a far cambiare loro idea.
Come ti dicevo, ho cominciato a studiare stamattina alle 6:20 per la tua intervista. Cercavo di scoprire un personaggio e ho trovato un uomo. Vado fuori dalla mia linea editoriale: il tuo rapporto con la Calabria, in particolare con Cosenza, visto che poi abitavamo a circa 500-700 metri di distanza?
Sì, io sono perdutamente innamorato della mia terra. Probabilmente, questo amore, questo legame, è dovuto al ricordo di mia madre. E quindi per me Cosenza è come mia madre. Ho bisogno, ogni tanto, di andare a sentire, come dire, il calore di mia madre. Lì ritrovo la mia origine, la mia caparbietà; faccio una ricarica di ostinazione, di determinazione, di capacità, di volontà. Poi ritorno a Roma e metto in pratica tutto.
Al punto che, (e lo dico da cosentino emigrato), a un certo punto ti sei candidato come sindaco e, con mio grande dispiacere, ti sei anche ritirato?
Sì, purtroppo. Mi sono ritirato perché i miei figli, a un certo punto, mi hanno posto davanti alla condizione: “Abbiamo già perso la nostra mamma. Non ci va di non avere anche il nostro papà. Quindi devi stare con noi”. E poi, insomma, fare politica in Calabria è diventato veramente difficile, molto difficile.
Un uomo come te non può vivere senza sogni nel cassetto. Quali sono i tuoi prossimi?
Mi piacerebbe fare un ultimo Sanremo, prima di smettere di lavorare.
Come potremmo concludere questa intervista?
Viva la televisione, che è il focolare domestico della maggior parte degli italiani. Soprattutto, ahimè, di quelli che non hanno la possibilità di vivere esperienze fuori casa.

